Caro Silvio, rifare il PDL non è una buona idea

03/01/2023

Con lo scoccare del nuovo anno Berlusconi è tornato alla carica con una proposta che sa tanto di Amarcord: fare un partito unico di centrodestra, conservatore o meglio “repubblicano” sulla scia di quello americano, per fondere le varie forze della coalizione in un unico soggetto politico. E soprattutto sulla scia di ciò che lo stesso Berlusconi lanciò nel 2007 quando propose la fusione di Forza Italia, Alleanza Nazionale e delle altre sigle minori in quello che poi divenne il Popolo delle Libertà.

Un’esperienza che diede sicuramente risultati importanti dal punto di vista elettorale ma non certo da quello politico/ideologico, perlomeno per quanto riguarda la destra. La cui forza propulsiva fu via via annacquata fino a sparire nel calderone unico, rendendo le istanze identitarie sempre meno influenti a discapito di un consenso popolare in crescita. La verità infatti è che l’operazione PDL servì ad anestetizzare la destra, frenandone la crescita e impedendone il consolidamento delle idee, poiché il partito unico comportò un inevitabile appiattimento verso le posizioni più mainstream.

Non è un caso che a giovarne elettoralmente fu la Lega Nord, unico partito che saggiamente decise di non aderire all’operazione (pur restando alleato), la quale iniziò automaticamente a diventare punto di riferimento per un elettorato di destra reso orfano. Sta infatti nella manifestazione fondativa del PDL nel 2009 a Milano la genesi di quella che qualche anno più tardi balzò agli onori della politica italiana come la trasformazione nazionale della Lega, progetto che fece diventare per diversi anni il “comunista padano” Matteo Salvini leader della destra, facendogli raggiungere un 35% di consensi inimmaginabile ai più.

E sta nel fallimento del progetto di partito unico la genesi di Fratelli d’Italia, nato proprio da una scissione di una parte di classe dirigente della fu Alleanza Nazionale intenzionata a ridare all’elettorato di destra quella casa che avevano perso. Cosa che infatti ha permesso in pochi anni a FDI di recuperare tutto quell’elettorato che era transumato nella Lega nonché di attirarne del nuovo, arrivando a superare oggi la soglia del 30% ma soprattutto a raggiungere un risultato epocale come la conquista del Governo con un suo Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

L’idea di Berlusconi dunque, seppur comprensibile perché unica via per restituire spazio vitale al suo partito, è però già superata dai fatti.

Innanzitutto perché, percentuali alla mano, Fratelli d’Italia ha già occupato questo spazio politico. La necessità di un partito unico nasce infatti dal bisogno per alcuni partiti di infrangere un “cordone sanitario” che ne impedisce la crescita. Cordone che tuttavia è già stato rotto dalla Lega prima e da FDI poi. Il fatto che un terzo degli italiani votino per il partito di Giorgia Meloni indica che questa necessità da parte dell’elettorato non c’è. Anzi, il rischio è quello di togliere offerta politica, poiché oggi la presenza di diverse forze interne alla coalizione permette di intercettare pubblici distinti, cosa che l’omologazione potrebbe precludere.

Poi perché il tentativo di americanizzare la politica italiana sconta dei limiti culturali. L’Italia è infatti il paese della Democrazia Cristiana, esperienza morta elettoralmente ma ancora fortemente presente nella sensibilità politica della nostra popolazione. Siamo inoltre una Nazione dalle molte sfumature non solo territoriali ma anche politiche e ideologiche, cosa che richiede una presenza variegata di formazioni politiche. E soprattutto la rapidità con la quale Calenda è riuscito ad aprirsi lo spazio politico al centro (cosa che il sottoscritto aveva pronosticato in un articolo del 2018 in opposizione alle analisi di tutti i commentatori politici) rivela la volontà degli italiani di avere un’offerta politica possibilmente non bipolare quindi figurarsi se bipartitica. Non è un caso che lo stesso PdL ebbe al fine dei conti vita piuttosto breve.

Da ultimo, il panorama sociale è radicalmente cambiato rispetto a quindici anni fa. Viviamo in una società sempre più lacerata dalle disuguaglianze, dove la faglia ricchi-poveri è sempre più profonda e dove l’aspetto identitario sta diventando sempre più centrale. Ciò sta aumentando in tutta Europa la richiesta di forze politiche autenticamente di destra. Ciò che vogliono oggi i cittadini infatti non è un partito del 35% al cui interno ci sia qualcuno che porti avanti le istanze di destra, vedasi PDL, bensì un partito di destra del 35%. Vedasi Fratelli d’Italia.

Dunque togliere FDI dallo scacchiere politico per reintrodurvi il PDL non farebbe altro che lasciare per una seconda volta una fetta di italiani orfani, rischiando che invece della somma 31%+8%+6% ci si ritrovi una sottrazione in favore proprio del Terzo Polo.

La sfida oggi è semmai quella, una volta liquidata una finanziare con ridottissimi margini di manovra a causa delle tempistiche, di far sì che il Governo Meloni riesca a realizzare un’agenda politica alternativa a quelle precedenti e vincente nei risultati così da aumentare quella platea di 12 milioni di elettori che nel 2018 e nel 2022 hanno votato centrodestra.