Che cosa ha combinato Salvini

01/02/2022

Era il lontano 2018, Lega e 5 Stelle avevano vinto le elezioni e tutti i politologi salutavano l’avvio del ventennio del bipolarismo populista. Il sottoscritto, allora militante del partito di Salvini, con un articolo su Affaritaliani avvisa invece che l’establishment si sarebbe subito organizzato per disinnescare le conseguenze dell’errore di disattenzione commesso avviando i lavori per dotare l’Italia (e non solo) di un sistema tripolare, attraverso la ricostituzione di un grande centro favorito da un sistema elettorale proporzionale. Dunque Salvini avrebbe dovuto immediatamente mettersi al lavoro per la costruzione di un campo politico conservatore sufficientemente forte da impedire lo slittamento del centro verso la sinistra. Ma il leader della Lega preferì piuttosto premere l’acceleratore sul progetto populista in modo da massimizzare i consensi.


Poi arrivarono le elezioni europee del 2019 dove le forze sovraniste fecero il botto. L’establishment da subito corse ai ripari imponendo a Bruxelles la “coalizione Ursula” e il cordone sanitario ai sovranisti nonché decidendo di far cadere in un soffio il governo gialloverde. Salvini, senza comprendere quanto stava accadendo e ansioso di tornare al governo, si prestò involontariamente al gioco provocando il famoso “disastro del Papeete”: lo convinsero a provocare la crisi di Governo con la prospettiva evidentemente falsa di elezioni anticipate e invece lasciarono Conte al governo, risparmiando i grillini in cambio della loro conversione al supereuropeismo progressista e cambiandogli il partner di maggioranza inserendo il PD. 


Nel mentre avanzava Giorgia Meloni, che il ragionamento di cui sopra lo aveva capito bene e aveva già iniziato – raccogliendone i frutti – il lavoro di costruzione del campo conservatore. Logica avrebbe dunque voluto che Salvini si associasse a quest’opera in modo da tenere il baricentro della coalizione a destra compensando le forze centripete di una parte dei berlusconiani. Invece il leader della Lega – ansioso di tornare al Governo – scelse di abbandonare il progetto di “fronte identitario” coltivato negli anni per dirigersi progressivamente (complice l’avvento del Covid che fece tornare in auge le rivendicazioni delle regioni settentrionali) verso una Lega “Partito del PIL”: nordista, liberale e centrista, come ai tempi denunciai con delle interviste sui media nazionali.


A fine 2020 si aprì la crisi del governo Conte Bis. Ai tempi spiegai che, al netto delle nefandezze compiute dalla maggioranza giallorossa, l’obiettivo dell’establishment era sfruttare la crisi per fare il passo successivo, installare cioè con la scusa dell’emergenza sanitaria ed economica un nuovo governo di natura tecnocrate che facesse da cavallo di Troia per spezzare gli equilibri politici esistenti e aprire lo spazio per la ricostituzione del centro e la marginalizzazione definitiva delle istanze della destra, sollecitando la Lega a non cadere nella trappola. Fu così che arrivò il “governo di unità nazionale” con Draghi ma Salvini, ansioso di tornare al Governo, invece che ostacolarne la nascita contribuì alla sua formazione (e io decisi di lasciare la Lega).


Per fortuna ci aveva pensato la Meloni a tenere in piedi il campo cosiddetto conservatore, essenziale per mantenere in vita la coalizione di centrodestra e dunque un’alternativa di governo per le elezioni successive. La scelta di coerenza della leader della destra portò a un naturale aumento sostanzioso di consensi a Fratelli d’Italia che però indusse Salvini – invece che a rafforzarne la cooperazione – a reagire attraverso la proposta di federazione del “centrodestra di governo” con Forza Italia per arginare la crescita di FDI. Tentativo però non riuscito. 


Si è arrivati così alle elezioni del Presidente della Repubblica, occasione considerata fondamentale: dall’establishment per avere nel seggio più alto un garante dell’operazione di definiva trasformazione degli equilibri politici italiani in vista delle elezioni del 2023; e dalla coalizione di centrodestra per mandare per la prima volta al Quirinale una figura del suo campo, motivo per il quale Salvini, ansioso di tornare al Governo (dal quale Draghi lo aveva di fatto escluso non nominandolo ministro), in forza del maggior numero di parlamentari ha rivendicato il ruolo di kingmaker della coalizione.


Nelle trattative tuttavia l’unità del centrodestra è stata subito messa in secondo piano rispetto alla priorità di sfruttare il ruolo di kingmaker per il suo obiettivo governativo. Mentre FDI garantiva fedeltà sulla candidatura di Berlusconi, Salvini lo bruciava gettandolo così tra le braccia di centristi e sinistra aprendo una grossa crepa dentro la coalizione, allargatasi sempre più a ogni nome lanciato e poi bruciato. Fino a quando FI e centristi hanno deciso di procedere in autonomia. Allora Salvini, invece di serrare i ranghi con Meloni per mantenere solido il campo della destra e avendo d’altra parte capito che Draghi non lo avrebbe comunque accolto nella sua squadra di ministri, ansioso di tornare al Governo ha abbandonato FDI e si è accodato a Berlusconi & co. nell’alleanza con il PD per a rielezione di Mattarella.


In questo modo l’Italia, dopo essersi ritrovata grazie a Salvini con l’ennesimo governo imposto dall’alto, ora si è ritrovata sempre grazie a Salvini il cosiddetto “presidenzialismo di fatto”. Mattarella infatti, obbligato a restare dai partiti di maggioranza, ha assunto ancora più potere politico diventando un vero e proprio capo di governo al di sopra del capo di governo ufficiale, Mario Draghi, il quale non solo resta anche lui dov’è ma – visto lo sgarro subito dalla sua maggioranza – preannuncia un governo ancora più duro e meno disposto a mediare con i partiti che lo sostengono grazie proprio alla garanzia di tutela datagli dal Mattarella Bis. Il leader della Lega allora ha scaricato la colpa sui tradimenti di Forza Italia e centristi, i quali forti dell’operazione Mattarella e dalle garanzie da lui stesso fornite sull’ok al cambio di legge elettorale in senso proporzionale, hanno subito lanciato subito l’operazione di costruzione di una forza di centro.


Salvini così si è ritrovato schiacciato, vedendo sfumare i propri obiettivi a causa della sua stessa strategia. Consapevole che il proporzionale è lo strumento da sempre ambito da chi vorrebbe farlo fuori. E, ansioso di andare al governo, invece che serrare i ranghi con Fratelli d’Italia per cercare di limitare i danni è corso da Berlusconi a proporgli di unire Lega e Forza Italia in un partito unico pro Draghi (“partito repubblicano”, ritirando fuori quell’idea di federazione del centrodestra di governo volta ad ostacolare la crescita dell’unico leader che – dal 2018 a oggi – è rimasta fedele alla coalizione: Giorgia Meloni. Quasi a sperare che, offrendo la testa di lei, si sarebbe salvata la testa di lui.


Anche perchè nel frattempo, lei sì con una strategia valida, la Meloni a Bruxelles invece di seguire il leader della Lega in un’incoerente progetto di supergruppo sovranista (difficile immaginare come conciliare l’alleanza con Marine Le Pen e il sostegno al governo Draghi), ha preferito lavorare alla costruzione della destra conservatrice, riuscendo in occasione delle elezioni di metà mandato del Parlamento europeo a rompere il cordone sanitario imposto dall’establishment con la coalizione Ursula creando per la prima volta un dialogo tra la destra conservatrice e il centro, frenandone lo slittamento a sinistra. Una mossa che l’ha accreditata come unico leader italiano a destra capace di ricomporre il centrodestra italiano e dunque kingmaker naturale per dare a quest’ultimo la possibilità di vittoria nel 2023.